NO ad una riforma che riduce la democrazia con risposte false e pasticciate

16 settembre 2020 - Consiglio regionale

Non si tratta di una riforma ma soltanto di un banale taglio degli eletti in parlamento. Uno specchietto per le allodole e una risposta semplificatoria alle istanze populiste che si fondano sulla convinzione che il numero dei parlamentari e delle spese ad essi legate siano l’origine di tutte le difficoltà in cui versa oggi il Paese.

Domenica 20 e lunedì 21 saremo chiamati ad esprimerci sulle modifiche costituzionali votate dalla maggioranza dei parlamentari che porterebbero alla riduzione del numero dei deputati da 630 a 400 e dagli attuali 315 senatori a 200. Va detto già in premessa che in realtà non si tratta di una riforma ma soltanto di un banale taglio degli eletti in parlamento. Uno specchietto per le allodole e una risposta semplificatoria alle istanze populiste che si fondano sulla convinzione che il numero dei parlamentari e delle spese ad essi legate siano l’origine di tutte le difficoltà in cui versa oggi il Paese. Il referendum non prevede quorum, quindi c’è il rischio che una minoranza, più motivata o soltanto più arrabbiata, abbia la meglio.

Gli studi e le analisi della società contemporanea ci presentano una popolazione che legge sempre meno, che si informa poco e che si crea le opinioni dai social media, a loro volta sempre più fonte e diffusore di notizie infondate. Le menzogne e le manifestazioni di odio e violenza trovano qui campo fertile per crescere ed alimentarsi a vicenda. Pochi saprebbero esprimere dei commenti fondati sul tema del referendum. In merito alla classe politica è ormai diffusa l’opinione che nel migliore dei casi vede gli eletti come degli incapaci e nullafacenti. Da qui al peggio non ci sono limiti fino ad arrivare a considerarli indiscriminatamente dei ladri ben remunerati. Da qui prende origine la facile equazione secondo cui meno politici ci sono meglio è. Se dovesse venire confermato il quadro prospettato dalle modifiche proposte la selezione dei deputati e dei senatori sarà, più di quello che lo è già ora, in mano ai vertici dei grandi partiti nazionali.

In secondo luogo la riduzione nel numero degli eletti richiederà per forza il ridisegno dei collegi, che diventeranno più grandi. Le campagne elettorali saranno di conseguenza economicamente più onerose e quindi alla portata esclusiva dei grandi partiti e di candidati facoltosi.

In mancanza di una reale cornice di riforma rimangono inalterate le funzioni del Parlamento, il numero delle commissioni ed il loro ruolo. Nessuna garanzia quindi di un Parlamento più efficiente.

Un Parlamento così amputato determinerebbe invece una significativa riduzione della rappresentatività degli eletti con l’effetto di un ulteriore allontanamento dell’istituzione dei cittadini. Nelle regioni più piccole, quale è ad esempio il Friuli Venezia Giulia, si creeranno de facto situazioni maggioritarie senza spazio per una voce di opposizione. L’FVG, nello specifico, sarebbe una delle regioni più penalizzate in quanto perderebbe 8 parlamentari, passando dagli attuali 7 senatori a 4 e da 13 a 8 deputati. In questo quadro non ci sarebbe più posto per la voce delle minoranze linguistiche come ad esempio quella slovena, riconosciuta e tutelata da leggi dello Stato. La comunità slovena in Italia ha sempre avuto a Roma un proprio rappresentante. Oggi, invece di fare un passo in avanti prevedendo un meccanismo elettorale che ottemperi alle previsioni della legge di tutela e garantisca una rappresentanza della minoranza libera dalle scelte partitiche, rischiamo di rimanere per la prima volta nella storia della Repubblica senza un »diritto di tribuna politica«.

Tutto questo a fronte di un risparmio annuale di circa 60 milioni pari al 0,007 per cento della spesa pubblica.  Spalmati sulla popolazione valgono un caffè all’anno. Ne vale veramente la pena? La Slovenska skupnost, partito di raccolta della comunità slovena del FVG, si è quindi schierata convinta con il fronte del NO. Per respingere l'ennesima riforma che riforma non è.