L’unificazione del Comune di Duino Aurisina coincide con l’inizio del periodo più buio di queste terre

30 luglio 2018 - Consiglio regionale

La chiusura dei piccoli municipi autogestiti dalle comunità autoctone a fronte di un unico municipio retto da un podestà imposto dal regime fu probabilmente solo uno dei passi in quello che possiamo definire il buio della ragione e della democrazia, che aveva tratto la sua forza anche dal colpevole silenzio o dall’interessato sostegno di tanti cittadini, italiani e sloveni, finché non vi fu più ritorno.

L’unificazione del Comune di Duino Aurisina, oggi anche Devin Nabrežina, adottata con regio decreto nel 1928 e firmata dall’allora capo del governo Benito Mussolini coincide con l’ingresso negli anni più bui del secolo scorso. Faccio quindi difficoltà ad immaginare che, come asserito dall’assessore Massimo Romita in un articolo di qualche giorno fa, la fusione amministrativa degli allora cinque piccoli comuni (Slivno-Slivia, Šempolaj-San Pelagio, Nabrežina-Aurisina, Mavhinje-Malchina e Devin-Duino) fosse fortemente voluta ed attesa dalle popolazioni locali. Si tratto invece di un’imposizione nuda e cruda, che andò a ridurre fino ad azzerarlo il principio di autogoverno delle comunità più piccole. In quegli anni venivano al contempo brutalmente liquidate tutte le associazioni culturali, sportive ed economiche della comunità slovena. La lingua slovena, fino dieci anni prima sostanzialmente equiparata a quella italiana e tedesca, veniva bandita dalla vita pubblica e privata, dall’insegnamento scolastico e presto anche dalle chiese. I cognomi sloveni vennero italianizzati, così come tutti i toponimi locali. Già otto anni prima, nel 1920, bruciava il Narodni dom a Trieste, moderno centro polifunzionale della comunità slovene e di altre identità slave a Trieste. Due anni dopo, nel 1930, verranno fucilati a Basovizza quattro antifascisti sloveni, condannati dal Tribunale Speciale Fascista in quello che divennero tristemente famoso come il Primo processo di Trieste. La chiusura dei piccoli municipi autogestiti dalle comunità autoctone a fronte di un unico municipio retto da un podestà imposto dal regime fu probabilmente solo uno dei passi in quello che possiamo definire il buio della ragione e della democrazia, che aveva tratto la sua forza anche dal colpevole silenzio o dall’interessato sostegno di tanti cittadini, italiani e sloveni, finché non vi fu più ritorno. La dittatura fascista si trasformo in guerra, la guerra divenne distruzione totale e l’Europa si risollevò con fatica, sacrificando milioni di vite umane e ferita nel suo profondo con conseguenze che risentiamo fino ai giorni nostri.

Ricordando oggi le date del 1928 dobbiamo guardare a quell’epoca come ad una lezione della storia che ci deve oggi rammentare di non abbassare la guardia di fronte ad ogni minaccia di deriva autoritaria e xenofoba, una lezione che ci dice che la libertà non si può barattare, che anche chi fa finta di non vedere poi diviene complice. È per questo che spero di cuore che l’amministrazione comunale di Duno Aurisina Devin Nabrežina eviti di segnare la ricorrenza con sontuose quanto vuote celebrazioni, che non avrebbero alcun senso. Approfittiamo invece di queste date per rilanciare i valori dell’Europa, nata dalle ceneri della guerra e resistente ad ogni forma di totalitarismo ed insofferenza.

Igor Gabrovec, consigliere comunale SSk – Lista Insieme Skupaj