DUE MEDAGLIE PER CURARE UNA CITTA'

13 luglio 2020 - Cultura e identità

I fili di tante matasse vengono miracolosamente raccolti in un solo giorno, il 13 luglio 2020. In un solo luogo, Trieste. E se vogliamo anche in un solo uomo, il prof. Boris Pahor. Un grande vecchio, alla soglia dei suoi centosette anni ancora nel pieno delle sue facoltà intellettive, testimone attivo di un secolo di scontri ed incontri. Un sopravvissuto all’odio ed all’intolleranza. Un ‘figlio di nessuno’.

Sembra quasi un allineamento astrale che assume sfumature diverse a seconda dal punto di osservazione. Il 13 luglio ha visto Trieste e le sue due principali comunità fare i conti con il proprio passato, con i dubbi mai affrontati, con le reciproche diffidenze. Un balzo nel passato per arrivare ad un secolo fa, quando le fiamme che avvolgevano il Narodni dom di Trieste rappresentarono il battesimo di sangue dell’appena emergente squadrismo fascista. Nemmeno il tempo di seppellire tutti i cadaveri e le macerie della cosiddetta Grande guerra (ma può mai essere grande’ una guerra?) che già una nuova mazzata riapriva con vigore e decisione il vaso di Pandora dal quale i tentacoli dell’odio, della prevaricazione feroce, dell’insofferenza ed intolleranza sistematica, della sete di guerra e di morte in pochi decenni riavvolgeranno l’Italia, l’Europa ed il mondo.

Era l’attacco alla comunità slovena in una notte dei cristalli tutta triestina e anticipatrice di quella che diventò poi ben più famosa. Ma la distruzione del Narodni dom era la dichiarazione di guerra a tutto ciò che appariva diverso, non conforme al sentire di una maggioranza, la negazione della dignità di essere ‘altro’. Da li a poco segui la chiusura delle scuole in lingua slovena, la liquidazione di numerose attività economiche, la proibizione dello sloveno in pubblico ed in privato e fin nelle chiese, l’italianizzazione forzata e storpiata dei nomi sloveni. Un genocidio programmato con follia quasi scientifica. Violenza pubblica, violenza politica, violenza istituzionale e violenza privata. Ben prima, molto prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale.

Nel mezzo ci furono tanti, spesso i più giovani, che decisero di non piegarsi ad aspettare la morte politica, culturale e nazionale. Nasceva la prima Resistenza, che alla violenza si opponeva in modo violento. Oppure crediamo che il fascismo poteva essere combattuto con i sit-in o con gli scioperi della fame? È così che caddero anche i primi eroi della prima Resistenza, per la comunità slovena i fucilati di Basovizza in un’alba di settembre di novant’anni fa. Furono condannati ed uccisi in seguito ad un processo ed una sentenza del Tribunale Speciale fascista. Che tutto era fuorché rispettoso dei diritti, dei principi democratici, imparziale, giusto. Un Tribunale di gerarchi che perpetuava e legalizzava la violenza. Furono condannati e fucilati come terroristi, è vero. Ma la storia insegna che erano coraggiosi combattenti, guerriglieri contro una dittatura.

Si arrivò alla guerra. Nuovo odio, nuove persecuzioni, nuove violenze, nuova ingiustizia. Comprese, ultime ma non da ultime, le esecuzioni sommarie di veri o presunti nemici politici, o nazionali, o un mix di entrambe le inimicizie. Il dramma delle foibe. Orrore che si sommava al precedente orrore, nuovi lutti, nuovi risentimenti, nuovo odio.

Letture e percezioni diverse. Con, ad oggi, un unico ed affidabile punto d’incontro: la Relazione della Commissione istituzionale storico-culturale italo-slovena del 2000. Non una verità di Stato, non fa per quest’epoca. Ma una base scientifica ed istituzionale si, un testo elaborato, concluso e pubblicato da una commissione scientifica di esponenti sloveni ed italiani, che avevano lavorato, discusso, studiato su formale incarico dei governi italiano e sloveno. Per togliere la storia dalle grinfie della politica e liberare le nuove generazioni da fardelli ingombranti ed inconcludenti.

I fili di tante matasse vengono miracolosamente raccolti in un solo giorno, oggi, il 13 luglio 2020. In un solo luogo, Trieste. E se vogliamo anche in un solo uomo, il prof. Boris Pahor. Un grande vecchio, alla soglia dei suoi centosette anni ancora nel pieno delle sue facoltà intellettive, testimone attivo di un secolo di scontri ed incontri. Un sopravvissuto all’odio ed all’intolleranza. Un ‘figlio di nessuno’ che ha saputo e voluto dire tre volte NO ad ogni regime illiberale – anche a quello comunista. Oggi si sono ritrovati qui, dove tutto è inziato, due grandi presidenti a rappresentare al massimo livello due popoli oggi vicini ed amici. A Trieste per apporre un sigillo di garanzia alla restituzione del Narodni dom alla comunità che lo aveva voluto ed edificato. A Trieste per omaggiare due luoghi che le due comunità hanno negli anni eletto a sedi privilegiate delle proprie sofferenti memorie. A Trieste per conferire le massime onorificenze all’uomo che voluto personificare la vittoria contro il male del Novecento.

Boris Pahor non ha bisogno di medaglie. Non più. Lui le dedica ai suoi numerosi e valorosi compagni nel viaggio della vita, soprattutto a quelli che non ce l’hanno fatta, spesso stritolati nella morsa degli odi. Le sue due medaglie allora servono a noi, alle nostre comunità, servono a Trieste, servono alle nostre terre. Per guardare avanti con fiducia, assieme, con rinnovato impegno.

Due medaglie per guarire la città